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L’influenza positiva del movimento sulle funzioni cognitive e nelle demenze

Numerose sono a tal proposito gli studi e le dimostrazioni che un adeguato livello di attività fisica previene l’insorgere della demenza. Un vasto studio che ha seguito un ampio numero di persone dalla mezza età fino alla vecchiaia ha evidenziato che coloro che mantenevano una costante attività motoria avevano basse possibilità di ammalarsi di demenza rispetto a chi seguiva una vita sedentaria. “Nell’arco di pochi anni il rischio di ammalarsi di demenza è risultato inferiore per gli anziani attivi rispetto ai coetanei sedentari in una percentuale che varia tra il 20% ed il 50%. (…) Una regolare attività motoria ha ridotto il rischio di demenza, nell’arco di sei anni, de 38%. Osservazione importante. Il beneficio maggiore si è osservato proprio nel gruppo di persone fisicamente più fragili all’inizio dello studio”([1]).

Altre osservazioni che riguardavano osservazioni fatte su pazienti già affetti da demenza che vivono nelle loro abitazioni o presso case di riposo, hanno dimostrato che l’attività fisica non solo migliora lo stato di salute in maniera globale ma è in grado di rallentare il declino delle funzioni cognitive, contrastare la depressione, migliorare la quantità del sonno, ridurre i disturbi comportamentali come agitazione e irrequietezza. Queste attività sembrano avere maggiori risultati se, specialmente nella fase iniziale della malattia, vengono condotte in gruppo perché di certo offrono più stimoli e creano maggiore socializzazione tra i partecipanti.

Ma come può l’attività motoria potenziare le funzioni cognitive e prevenire o ritardare la demenza?

Ricerche condotte su animali da esperimento hanno dimostrato che: “l’attività motoria aumenta la produzione nel cervello di sostanze definite neurotrofiche ([2]) capaci cioè di stimolare la crescita dei neuroni e la formazione di nuove spine dendritiche soprattutto in alcune zone cerebrali coinvolte nel controllo della memoria; migliora la circolazione cerebrale e la comunicazione tra i diversi neuroni mediata da speciali sostanze dette “neurotrasmettitori” e inoltre è stata dimostrata la riduzione dell’accumulo nei tessuti cerebrali di sostanze tossiche coinvolte nello sviluppo della demenza”([3]).

Le ricerche sulla plasticità del sistema nervoso centrale hanno evidenziato come la struttura cerebrale può essere modificata attraverso procedure di stimolazione sia cognitiva che motoria. Numerosi studi hanno preso in considerazione la correlazione tra attività fisica, funzione cognitiva ed invecchiamento.

Individui che avevano praticato attività fisica sostenuta mostravano un rischio inferiore di sviluppare demenza. In un recente studio condotto su soggetti di età superiore a 80 anni, le prestazioni cognitive sono risultate strettamente correlate alla quantità e durata dell’attività fisica effettuata durante tutto l’arco della giornata. Gli anziani che praticavano regolarmente un programma di attività aerobica presentavano incrementi di volume nelle aree cerebrali, diverse aree corticali e sottocorticali come è risultato dallo studio con risonanza magnetica. Un’altra indagine sembra confermare che l’attività fisica protratta nel tempo oltre ad incrementare l’abilità cognitiva, può favorire un aumento di volume in strutture cerebrali quali la corteccia prefrontale e paraippocampale“([4]) .

Non è ancora noto se tali modificazioni cerebrali siano stabili nel tempo o transitorie, ma sembrano comunque confermare i risultati di indagini epidemiologiche, ovvero che sia l’educazione in termini di abilità cognitive apprese, sia l’attività fisica possono svolgere un ruolo di protezione nei confronti del decadimento cognitivo.

Ma il decadimento cognitivo può costituire una barriera per quel che riguarda il movimento fisico del paziente?

A tal proposito occorre tenere in considerazione che quelle a creare maggiori difficoltà possono essere proprio i deficit delle funzioni esecutive come ad esempio la difficoltà nel controllo delle proprie azioni e la previsione degli ostacoli, deficit di attenzione, le difficoltà di esprimersi e comprendere. A questo occorre aggiungere che i pazienti hanno un ridotto livello di motivazione e che spesso sono colti da frequenti disturbi comportamentali quali ansia, irritabilità, aggressività verbale e fisica, tutti fattori che possono essere considerati delle barriere insormontabili principalmente per quanto riguarda il trattamento riabilitativo da un punto di vista fisico.

Secondo uno studio però “non vi sono prove sufficienti per escludere dalla riabilitazione fisioterapica i soggetti affetti da deterioramento cognitivo e quindi spesso viene suggerito che i pazienti dementi possono essere ricoverati nei reparti di riabilitazione, considerando che anche piccoli guadagni funzionali possono rivelarsi di notevole significato pratico nei soggetti compromessi sia dal punto di vista cognitivo sia dal punto di vista funzionale”([5]).

 

GUERRINI TROLETTI Alzheimer in movimento, Sarcangelo di Romagna, Maggioli editore, 2008

[2] Una di queste sostanze, il fattore di crescita del nervo (nerve growth factor) è stata individuata dalla professoressa Rita Levi Montalcini premio Nobel per la medicina

[3] Ibidem GUERRINI, TROLETTI Pag. 119

[4] BACCINI, BERNABEI, MARCHIONNI, PACI, Riabilitare la persona anziana, Trento, Enselvier, 2010 pag. 245-246

[5] Ibidem BACCINI, BERNABEI, MARCHIONNI, PACI pag. 246

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    La Terapia della Bambola, che abbiamo l’onore di ospitare per la prima volta a Catanzaro, è una terapia non farmacologica, ideata dal Dott. Ivo Giovanni Cilesi che aiuta a ridurre i disturbi comportamentali e dell’umore dell’anziano. Attraverso l’accudimento e il maternage della bambola terapeutica la persona attiva relazioni tattili e affettive. Sempre per chi lo ignorasse, COSA IMPORTANTE, c’è da dire è che, la terapia della Bambola e’ un dispositivo medico in Classe I, registrato al ministero della salute V0880-Attrezzatura di supporto all’attività sanitaria-accessori. IDENTIFICATIVO DI REGISTRAZIONE BD/RDM NR 1560853. DATA PRIMA PUBBLICAZIONE 24/05/2017.-

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